La Nuova Estetica del Lusso Sostenibile

La Nuova Estetica del Lusso Sostenibile

 

 

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul The Guardian’s Sustainable Business il 12 February 2015.

 

Design innovativo e attenzione al sociale sono nuovi temi che stanno interessando il mondo della moda, partendo dalla produzione etica fino al riciclo dei proiettili e delle bombe.

Negli ultimi anni abbiamo visto crescere il desiderio di trasparenza nel processo manifatturiero all’origine degli abiti che indossiamo. Non appena i consumatori sono diventati più consapevoli riguardo le insidie nascoste nella produzione di massa, alcuni brand hanno costruito la propria identità sulla produzione etica.

È una grande novità per il consumatore interessato a sapere chi realizza i vestiti che indossa. Cosa hanno fatto questi brand in termini di credibilità del design? Riesce l’etica ad avere importanza in un mercato guidato dai trend?

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Vivienne Westwood

 

I consumatori attenti alla moda oggi vogliono la possibilità di compiere scelte responsabili e ora più che mai possono farlo. Con il mondo intero accessibile con un click, basta un dito per esprimere le nostre opinioni. C’è un grande desiderio di un lusso sostenibile che non comprometta lo stile e di fare acquisti che siano anche una dichiarazione di solidarietà.

Fare dichiarazioni attraverso la moda non è una novità. Lo abbiamo visto negli anni Ottanta, quando Katharine Hamnett ha trasformato l’attenzione verso l’ambiente in una scelta di stile proponendo t-shirt stampate con i suoi slogan. Vivienne Westwood ha costruito il suo brand sul tema della ribellione ed ha oggi riunito le forze nella Ethical Fashion Initiative. Suo lo slogan: “Questa non è beneficienza, questo è lavoro”.

Adesso l’unione tra lavoro socialmente responsabile e moda si è trasformata in un’espressione di stile con una propria identità. Vivienne Westwood e brand come Maiyet, Stella Jean, Edun ed un numero crescente di e-shop ethically conscious come Modavanti, Reve en Vert, Plumo, e Fashion Compassion, hanno dato la possibilità al consumatore di fare scelte eticamente consapevoli senza compromessi di stile. Questi brand e queste piattaforme offrono un valore aggiunto attraverso la ricerca attenta e significativa di fornitori consentendo al consumatore di variare le proprie scelte e di puntare verso una nuova estetica.

 

Pants to Poverty patrons and organisers

Pants to Poverty

 

Infatti, in un mondo in cui le mode del passato vengono perpetuamente rimesse in voga, sono i marchi che si sono lasciati ispirare dalle materie prime ad avere il vantaggio più forte. Come designer mi piace cominciare con la domanda: che cosa succederebbe se lasciassimo che la questione sociale diventi la luce guida del nostro processo creativo?

Pants to Poverty per esempio ha trattato con humor la produzione di massa affrontando il tema del “negozio sudato”. Attraverso il suo modello di business, Pants to Poverty sta agendo in maniera sostenibile utilizzando il cotone dell’agricoltura biologica e proponendo ai lavoratori dei salari equi. Allo stesso modo, Made Jewellery si sta concentrando sulla sostenibilità e sul cambiamento positivo, sostenendo il lavoro di artigiani e della comunità in Kenya. A Phnom Penh, in Cambogia, invece, Tonle Design ha dato lavoro a donne che realizzano abiti innovativi usando la maglia scartata raccolta dai pavimenti delle fabbriche di abbigliamento.

Stella McCartney continua a sperimentare nuovi materiali e prodotti evitando di utilizzare quelli tradizionalmente associati con il lusso, per esempio la pelle. Brand che riciclano, come From Somewhere (foto di copertina), Goodone and Christopher Raeburn, hanno anche sviluppato un look molto personale grazie alla ricerca fatta sui prodotti di scarto dell’industria della moda. Facendo questo hanno offerto prodotti su misura, ovvero proprio quello di cui dovrebbe occuparsi il lusso.

 

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Goodone

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Christopher Raeburn

Quando parlo di Emi&Eve, mi chiedono spesso come sono finita a riciclare bombe e a trasformare il metallo derivato in accessori. Scegliendo di riciclare bombe e proiettili abbiamo innescato un processo di bonifica dei terreni della Cambogia ed unendo questo all’utilizzo di tessuti di una cooperativa tailandese nata dopo lo tsunami, abbiamo capito che la moda può aiutare gli artigiani a ricostruire le proprie vite dopo eventi traumatici. Allo stesso tempo offriamo ai consumatori originalità ed innovazione. Questo dimostra che un brand può permettere al consumatore di costruirsi una coscienza e può aiutare gli altri a liberarsi dalla paura. Questa sinergia mi ha dato l’ispirazione.

Questi sono solo alcuni esempi dell’armonia che è nata dall’interazione tra la progettazione e la volontà di risolvere un problema sociale. Questo non è un trend, ma un valore che resterà nel tempo.

Questo post è apparso su The Guardian’s  Sustainable Business il 12 Febbraio 2015. Lo trovi qui, condividilo!

 

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